PREFAZIONE
Nel 2019 ho scritto un articolo sul complesso sistema portuale della città di Pisa in epoca romana, intitolato «Il porto scomparso di Pisa». L’occasione immediata fu una notizia sulla riapertura del museo marittimo locale. Nel nostro articolo, naturalmente, dedicammo anche una parte allo spettacolare ritrovamento di relitti navali nel centro della città.
Un mese fa, la rivista digitale Finestre sull’Arte ha pubblicato un nuovo articolo di Jacopo Suggi su questi scavi. Non volevamo privarvi di questo articolo e lo pubblichiamo quindi integralmente, in diverse lingue, nella nostra rivista digitale. Potete leggere anche il racconto originale, in italiano, al seguente indirizzo: Storia del ritrovamento delle navi antiche di Pisa (finestresullarte.info)
Buona lettura (La redazione)
La storia della straordinaria scoperta delle navi antiche di Pisa
di Jacopo Suggi, scritto il 23/07/2024
Nel 1998, nei pressi della stazione di Pisa San Rossore, fu scoperto per caso un incredibile patrimonio archeologico, destinato a riscrivere la storia della navigazione nella città toscana.
È ancora ben noto il motto di Pompeo Magno1 «navigare necesse est, vivere non est necesse» 2, con il quale esortava i suoi marinai a prendere il mare anche quando era in tempesta. Nel corso del tempo è stato ripreso innumerevoli volte, come motto della Lega Anseatica o come sprezzante dichiarazione di eroismo dello scrittore italiano Gabriele D’Annunzio (1863–1938). Più in generale, viene spesso utilizzato per dimostrare l’importanza che la navigazione, nella sua duplice funzione militare e commerciale, rivestiva nell’antica Roma. Che la navigazione marittima costituisse una forza portante del sistema statale, economico, sociale e organizzativo dell’epoca è confermato ancora una volta dal gran numero di relitti rinvenuti nelle profondità marine, prova del fatto che gli equipaggi erano spesso costretti a salpare anche in condizioni meteorologiche sfavorevoli. Questi episodi drammatici e sfortunati rappresentano tuttavia la nostra fortuna, poiché l’archeologia marittima e subacquea ci offre la possibilità di ricavare un patrimonio di informazioni sulle civiltà del passato.


Una delle scoperte archeologiche più straordinarie, sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo, compiute recentemente nel nostro Paese è quella delle navi antiche di Pisa. Questo incredibile scavo ha portato alla luce i resti di oltre trenta imbarcazioni, oltre a un numero considerevole di reperti e manufatti di varia natura e a una quantità incalcolabile di informazioni, tanto che qualcuno ha parlato, in modo iperbolico (e inappropriato), di una «Pompei del mare».
La scoperta avvenne nel 1998, durante lavori eseguiti a poche centinaia di metri da Piazza dei Miracoli per la costruzione di un edificio di servizio di Trenitalia, vicino alla stazione di Pisa San Rossore. La scoperta ha certamente qualcosa di inatteso, ma può apparire surreale se si considera che il cantiere, nel centro della città, si trova a circa 10 chilometri dalla costa. Gran parte della storia di Pisa è infatti intrecciata con il mare: nell’antichità, quando la linea di costa era molto più arretrata rispetto a oggi, ma anche in seguito, nonostante l’interramento causato dal deposito di detriti di ogni genere dovuto allo sfruttamento di fiumi e corsi d’acqua3.
Fin dall’inizio degli scavi, a meno di sei metri di profondità, emersero manufatti lignei che, grazie alle particolari condizioni ambientali del sito, si trovavano in uno stato di conservazione piuttosto buono. Nessuno, tuttavia, poteva immaginare ciò che sarebbe presto venuto alla luce. Nella prima fase, infatti, lo scavo fu condotto come intervento di archeologia d’emergenza, vale a dire con l’obiettivo di concentrarsi sull’identificazione e sul recupero dei manufatti presenti nell’area; all’epoca i lavori erano finanziati dalle stesse ferrovie. Ma già pochi mesi dopo ci si rese conto che ciò che si era conservato nel sottosuolo era inimmaginabile. L’enorme ed eccezionale quantità e qualità dei reperti sottolinearono l’importanza della scoperta. Già nell’estate del 1999 fu quindi deciso di proseguire con un cantiere intensivo, creando un’area per le ricerche sistematiche e elaborando un progetto destinato a durare molto più a lungo di quanto inizialmente previsto.
Questi primi ritrovamenti furono effettuati dapprima sotto la direzione dell’archeologo e professore Stefano Bruni e successivamente sotto quella di Andrea Camilli.

Questi laboriosi scavi stratigrafici, che interessavano una superficie di oltre 3.500 metri quadrati, indussero ben presto le ferrovie a rinunciare al progetto infrastrutturale previsto, che fu ripensato come Stazione Centrale di Pisa. Gli archeologi coinvolti nelle ricerche dovettero affrontare numerosi problemi, primo fra tutti le particolari condizioni ambientali dell’area, caratterizzata da strati sedimentari molto spessi e da un’abbondante falda acquifera.
Per superare il problema dell’acqua si fece costantemente ricorso a pompe meccaniche. L’altra grande difficoltà — la rapida degradazione e disidratazione dei materiali lignei rinvenuti, unita alle impegnative esigenze di uno scavo stratigrafico — fu affrontata scegliendo uno scavo «per sezioni». Venivano così esposte soltanto piccole parti dei relitti che, una volta documentate, erano nuovamente ricoperte con un sottile strato di fibra di vetro, mentre un sistema di irrigazione temporizzato garantiva un grado di umidità costante e adeguato.
Contemporaneamente si decise di istituire un centro di restauro per mettere a punto diverse tecniche di trattamento dei manufatti scavati, soprattutto quelli lignei. Dopo il lavaggio e la desalinizzazione, l’acqua in essi contenuta deve essere sostituita impregnando i reperti con altre sostanze inerti e, possibilmente, rimovibili. Nacque così il laboratorio per il restauro del legno bagnato. Questo imponente impiego di forze e risorse economiche era dovuto all’eccezionalità del ritrovamento: un numero considerevole di relitti sovrapposti, situati su rive limose e sabbiose. Si tratta dei resti di imbarcazioni di epoche diverse, trascinate in questo deposito dal ripetersi di una serie di violente alluvioni nel corso degli anni.

Il materiale rinvenuto, databile dal periodo ellenistico alla tarda antichità, non era costituito soltanto dai resti di scafi e tavole navali, ma anche da una grande quantità di ceramiche, tra cui anfore greco-italiche. Solo per una parte di esse si ipotizzò che potessero essere componenti dei carichi marittimi delle navi presenti, poiché alcune disomogeneità tipologiche e cronologiche portarono a formulare l’ipotesi che si trattasse di materiale di scarto gettato nel corso del tempo.
Sono state avanzate numerose proposte di ricostruzione sull’origine di questo ricco deposito. Esse indicano che, in epoca romana, l’insediamento di Pisa fu originariamente costruito nell’area della pianura alluvionale dell’Arno, dove confluivano anche altri corsi d’acqua, tra cui l’Auser (oggi Serchio). L’ipotesi delle alluvioni è confermata dal rinvenimento di almeno cinque serie di depositi riconducibili a eventi naturali traumatici che causarono l’affondamento delle navi.
Sebbene siano stati rinvenuti accumuli di pietre che, secondo lo stesso Camilli, devono essere interpretati come «parte di una sistemazione delle sponde fluviali, costituita più da un argine rudimentale con un contrafforte interno che da una serie di moli», e sebbene una struttura muraria rettilinea appartenesse forse all’approdo di una villa, l’area dello scavo non deve quindi essere identificata come un porto, bensì come una via d’acqua: un’ampia rada interessata da un traffico intenso in epoca romana.
Lo studio dei relitti ha restituito un’incredibile quantità di informazioni che ha consentito di ricostruirne, almeno in parte, l’uso e la storia. Fra i resti delle imbarcazioni più antiche rinvenute figura quella nota come nave ellenistica, la cui datazione al II secolo a.C. è stata ipotizzata sulla base degli arredi trovati a bordo. La nave doveva percorrere abitualmente una rotta commerciale tra la Campania e la Spagna e trasportava diversi tipi di merci, tra cui spalle di maiale conservate in salamoia.

La nave A, invece, era un’oneraria, vale a dire una grande nave destinata al commercio. Doveva essere lunga più di quaranta metri, benché ne sia rimasta conservata soltanto la metà, ed è datata alla fine del II secolo d.C. Tra i pezzi più prestigiosi figura una nave con dodici vele, della quale è stata ritrovata anche la tavoletta con il nome Alkedo (il gabbiano), e che rientra tra le imbarcazioni meglio conservate. La nave I, invece, è un traghetto fluviale a fondo piatto del V secolo d.C. Veniva spinto lungo le rive mediante un sistema di corde e un argano.


Anche l’imbarcazione D era utilizzata sul fiume: una grande chiatta che trasportava sabbia lungo le vie d’acqua e che veniva spinta dal vento grazie a una vela, il cui albero si è conservato, oppure trainata dalla riva con la forza degli animali. Altri ritrovamenti, le imbarcazioni F e Q, appartengono al tipo delle lintres, natanti simili a piroghe, azionati a remi e utilizzabili per piccoli trasporti di merci o persone. Durante gli scavi furono contati i resti di oltre trenta imbarcazioni complessive, ma questo numero fu successivamente messo in discussione da altri studiosi.

Il carattere eccezionale del ritrovamento non si limitava tuttavia alle navi e ai loro preziosi carichi. Nei depositi furono rinvenute anche le ossa di un cane e di un marinaio, che si ritiene si sia sacrificato nel tentativo di salvare il suo amico animale. Numerosi sono inoltre gli altri reperti del passato, tra cui oggetti in vetro utilizzati come bicchieri e balsamari destinati a un mercato di lusso, resti in legno e pietra, monete, bagagli dei marinai e, come già detto, i frammenti di oltre 13.000 anfore.
Questa scoperta pionieristica ha permesso e continuerà a permettere di ampliare le nostre conoscenze su diversi argomenti, dai sistemi fluviali e marittimi della navigazione antica alle informazioni sul commercio, sui contatti fra le popolazioni e sul ruolo svolto da Pisa nel corso dei secoli.
La maggior parte dei reperti fa oggi parte di un suggestivo percorso museale nel Museo delle Navi Antiche di Pisa, ospitato dal 2019 negli ex Arsenali Medicei. Si ricompone così una parabola temporale che, dall’antichità all’età moderna, ha conferito alla città toscana uno stretto legame con il mare e la navigazione, facendo emergere una storia del territorio più complessa e ricca, che non può e non deve rimanere limitata a quella di un centro medievale dominato dall’iconica Torre Pendente.

- Fonti
- -Jacopo Suggi - La flotta riemersa. Storia dello straordinario ritrovamento delle navi antiche di Pisa (23/07/2024) Finestre sull’Arte
note- 1: Gnaeus Pompeius Magnus (106–48 a.C.) – militare romano e console al tempo della Repubblica.
- 2: Navigare è necessario; vivere non è necessario: Plutarco {Pomp. 50) – Parole attribuite a Pompeo, che le avrebbe pronunciate quando, durante una tempesta, salpò con una flotta di navi granarie dalla Sicilia verso Roma.
- 3: Leggi anche «Il porto scomparso di Pisa».
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